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Graziano Manni

Belfiore
Lo studiolo intarsiato di Leonello d'Este (1448-1453)

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240 pagine
> 163 ill. a colori
e b/n
> f/to 25x34 cm
> cartonato con sovracopertina
> ISBN 88-7792-107-2

Lo studiolo del palazzo ferrarese di Belfiore (1448-1453) rappresenta un nodo cruciale e un punto di partenza importante nella civiltà artistica del Rinascimento. Purtroppo esso subì la prima forte ingiuria meno di cinquant’anni dopo la sua realizzazione, nel 1484 con la guerra che i veneziani portarono allo Stato estense, e la sua distruzione definitiva era già avvenuta al tempo della devoluzione di Ferrara alla Santa Sede (1598). Di esso si sono salvate soltanto sei delle nove muse dipinte che costituivano una parte dell’ornamento complessivo: della sua straordinaria dotazione decorativa l’altra parte era infatti rappresentata dall’arredo ligneo intarsiato che ricopriva sino a mezza altezza le pareti e che è andata completamente perduta. Ragione per cui questa seconda parte è stata sinora non soltanto ignorata, ma in più d’una occasione se ne è negato il valore anche sulla base del vecchio teorema che annovera comunque la tarsia fra le cosiddette “arti minori”.
Abbiamo qui raggruppato le numerose testimonianze documentarie e gli indizi che ci dicono invece che, oltre al sottile fascino che emanano le muse dipinte per Leonello a mezza strada fra il vecchio mondo gotico e la nuova sensibilità della Rinascenza, la sorprendente novità doveva essere costituita proprio dalle figure intarsiate da Arduino da Baiso con l’impiego della nuova scienza prospettica pochi anni prima codificata da Brunelleschi e dall’Alberti. Si tratta cioè di guardare allo stesso modo in cui oggi vediamo i due studioli di Urbino (1472-75) e di Gubbio (1480-83) fortunatamente sopravvissuti, commissionati da Federico di Montefeltro ispirandosi a quello di Belfiore, e per i quali l’interesse predominante è rivolto alle tarsie prima che ai dipinti che li corredavano.
Una testimonianza diretta di quel magnifico complesso decorativo ligneo ferrarese scomparso potrebbe essere il disegno giovanile di Piero della Francesca di un vaso-rinfrescatoio visto in forma tridimensionale, disegno già notato da Roberto Longhi (1927) tanto da sembrargli <quasi il modello per un futuro intarsio lendinaresco>. Oggi, anche con l’ausilio delle poche recenti acquisizioni sulle fasi di avvio della carriera di Piero, ci sembra assai più consono prendere in esame quella prova grafica come il modello per un intarsio abaisiano, vale a dire per una tarsia di Belfiore. In tale ottica il presente studio costituisce un approfondimento della “Introduzione” alla nostra recente indagine su I signori della prospettiva. Le tarsie dei Canozi e dei Canoziani (uscito nel 2001-2002), introduzione della quale alcuni passaggi sono qui pressoché integralmente confluiti. Ed ecco come l’inchiesta sui molti nuovi indizi che circondano la realizzazione dello studiolo di Belfiore si può trasformare in un’occasione per scattare una fotografia particolareggiata di uno dei momenti più significativi ed affascinanti della civiltà ferrarese del Quattrocento.
g.m.
Euro 90,00